9 ottobre 2009

Per le vittime della strada serve il giusto processo

Archiviato in: Normativa — Tag:, , — Claudio Cartia @ 09:59

L’insegnante ha disegnato sulla lavagna la dinamica dello scontro: un 14enne è morto perché chi l’ha investito non ha rispettato lo stop. Poi ha scritto solo un due e tutta la classe ha pensato che al responsabile dello scontro avessero dato due anni, due anni di reclusione, ma l’insegnante ha spiegato: “Due mesi, due mesi di sospensione della patente”.

Anni di sentenze, conclusesi al solito in otto mesi di condanna con pena sospesa, non solo hanno prodotto nei familiari delle vittime un dilagante senso di impunità, ma hanno contribuito a sostenere il pensiero di chi crede che uccidere una persona in uno scontro sia “solo un incidente”, un crimine minore. Siamo rimasti praticamente i soli in Europa a parlare ancora di “incidenti stradali”: in Francia, per esempio, parlano di violenza stradale. Per troppo tempo si è sottovalutata, a pioggia, la gravità dei rischi che corrono in strada: velocità, abuso di alcol e droghe, ma anche mancate precedenze, semafori bruciati.

Forse l’hanno sottovalutata anche quei pm che hanno risposto ad alcune madri: “Il morto è morto, diamo un aiuto al vivo ”. Di diverso avviso Fabio Roia, per quindici anni pm a Milano e oggi al Csm, che spiega: “Quando facevo il pm, non avrei mai dato il consenso a un patteggiamento se prima la compagnia di assicurazione non avesse risarcito i familiari della vittima”. Ma la legge non permette al pm di manifestare il dissenso per questo motivo, quindi, come spiega Roia: “Si cerca di attingere alla fantasia giuridica e giudiziaria, quindi di opporsi al patteggiamento, parlare con l’avvocato e dire: “Perché ci sia il mio consenso è necessario il risarcimento del danno da parte della compagnia di assicurazione”.

Valter Giovannini dalla Procura della Repubblica di Bologna spiega: “L’applicazione e il rispetto della legge nei confronti dell’indagato non deve far dimenticare che se c’è un indagato, nove volte su dieci c’è una vittima; quindi il ruolo del pm è quello di garantire i diritti dell’indagato ma, ancor di più, i diritti della vittima”. C’è stato un caso (maggio 2007) in cui Giovannini contestò il dolo eventuale e chiese la misura cautelare. Il Gip però respinse la richiesta, così Giovannini -rimettendosi alle sue valutazioni (omicidio colposo) – fece  ricorso al Tribunale della Libertà sottolineando il pericolo di reiterazione e l’arrestato ha atteso ai domiciliari l’esito del processo. Quando (per la prima volta in Italia) una sentenza di condanna in primo grado (per lo scontro avvenuto nel maggio 2008 in via Nomentana a Roma in cui morirono due ragazzi) ha accolto il capo d’imputazione – omicidio volontario con dolo eventuale – questo poi è stato in appello derubricato a colposo, dimezzando la pena da dieci a cinque anni. I familiari delle vittime non cercano vendetta, chiedono giustizia. “Non è possibile accettare un sistema di giustizia sempre basato sul minimo della pena che oltretutto viene anche sospesa. E questo nonostante il codice penale, articolo 133, dica espressamente  che i giudici, nell’esercizio del potere discrezionale affidato loro dalla legge, debbono valutare la gravità del reato desumendola dal grado della colpa, dalla gravità del danno, e dal comportamento del reo, prima  dopo e durante il reato, per applicare una pena congrua”, sono parole di Giuseppa Cassaniti Mastrojeni, presidente dell’Associazione italiana familiari e vittime della strada.

Giustizia per le vittime: come  intervenire? Il nodo non è tutto nell’inasprimento penale. Ci sono leggi che ancora mancano, come la modifica all’articolo 111 della Costituzione (quello sul giusto processo). La proposta di legge giace in  parlamento, ma se la modifica passasse, vittime e familiari potrebbero avere le stesse garanzie che ha l’imputato nell’ambito del procedimento penale, ma questo forse scardinerebbe troppi equilibri.  Non si parla dei centri di assistenza per le vittime: esistono in quasi tutti i paesi europei. Non si parla di togliere il divieto di arresto per colui che ha provocato uno scontro solo perché non è fuggito (magari  era così fatto e ubriaco da non farcela a scappare). Non si parla di mettere mano a quell’assurdità del nostro sistema, cioè la possibilità di ricorrere in Cassazione dopo il patteggiamento, rimettendo quindi in discussione le responsabilità. Ci sono genitori che hanno perso figli e che hanno visto dopo una settimana chi li ha investiti sfrecciare in auto nel centro del paese.

Se si conoscessero questi casi, forse, l’indignazione potrebbe montare anche in coloro che di tutto questo si sono sempre disinteressati. Così com’è montata in quegli studenti, increduli, davanti alla “lezione” di un padre che nelle suole incontra ragazzi come il suo che non c’è più, perché la sua testimonianza possa in qualche modo proteggerli e farli crescere.

di Elena Valdini – tratto da Il Fatto Quotidiano del 9 ottobre 2009

3 commenti »

  1. Questo è uno dei vari motivi per cui in Italia le strade sono la jungla che conosciamo, probabilmente il più disgraziato.
    Manca proprio la mentalità, da parte di tutti, per giudicare gli incidenti stradali per quello che veramente sono in gran parte dei casi: atti di grave irresponsabilità da parte dei conducenti.
    In questo, anche la parola “incidente” è fuorviante, un “fatto accidentale che interrompe il corso ordinario degli eventi”, detta così sembra qualcosa che piomba dall’alto, dovuto al Fato o a Dio, quando in realtà è il risultato di errori umani, commessi da chi guida e/o da chi costruisce e manutiene le strade. Errori che possono essere evitati facilmente, con una buona preparazione alla guida, una buona realizzazione e gestione delle strade e il rispetto delle regole da parte di tutti.
    Smettiamo di chiamarli “incidenti” e cominciamo ad usare il termine “collisioni”: così smonteremo l’equivoco.

    Commento di Cangeletti — 16 ottobre 2009 @ 10:09

  2. Purtroppo anche io l’anno scorso, in moto, sono stato vittima di una “collisione”, in Sardegna (ma io sono lombardo), con un tizio Piemontese (turista in vacanza che oltre alle valigie si è portato anche la fretta di andare in giro), uscì dallo stop guardando dalla parte opposta per evitare la coda che io avevo dietro e che lui ha visto… il vero problema è che lui sostenne di non aver visto me… “Lo giuro io non l’ho visto” una frase che ancora rieccheggia nel mio cervello, quando poi la mia ragazza, la mia zavorrina per intenderci (eh si, era dietro come passeggiero) che ha assistito alla “collisione” ha visto nettamente questo tizio uscire dallo stop senza preoccuparsi minimamente di DOVERSI FERMARE!!! Lei un mese di stop a letto con 3 fratture al bacino mentre io 3 mesi di ospedale con 13 fratture scomposte, un bacino diviso in 2 che se lo vedete fa venire i brividi, un femore che fatica a calcificare e tante belle altre cose, tipo che perderò il lavoro… TUTTO PER LA FRETTA DI USCIRE DA UNO STOP! Io ritirerei immediatamente la patente a chiunque crea un incidente, d’altronde all’esame di scuola guida se fai un’errore sei bocciato, alla minima insicurezza sei fregato… poi se la vuoi riprendere vai a fare un’altro esame… purtroppo ho dentro ancora il marcio… poi vedere la gente che guida con sigaretta da una parte e telefonino dall’altra, quelli che accellerano quando vedono striscie pedonali… una volta volta che poi uno crea un incidente tutto si ferma.

    Commento di Luca — 2 marzo 2010 @ 11:37

  3. Luca, mi è dispiaciuto tantissimo leggere della tua disavventura.
    Da motociclista praticante conosco benissimo la situazione che hai descritto e purtroppo posso solo darti ragione su tutto.

    Un sincero in bocca al lupo per la guarigione, a te e alla tua ragazza. Tenete duro!

    Commento di Claudio Cartia — 2 marzo 2010 @ 12:19

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